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di Ilaria Merici

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Si è tenuto oggi, 22 ottobre 2014, presso l’Università Bicocca, un interessante seminario condotto dal Dott. Giuseppe Civitarese, Psichiatra e Psicoanalista, membro ordinario con funzioni di training della SPI (Società Psicoanalitica Italiana) e dell’IPA (International Psychoanalytic Association).

Ho partecipato mossa dalla curiosità di sentir parlare di Psicoanalisi del futuro, io che amo quella contemporanea, da un membro della società più storica e tradizionale, almeno nella percezione, del panorama psicoanalitico italiano.

Civitarese ha condiviso con i presenti alcuni spunti di riflessione emersi da un recente convegno organizzato dalla European Psychoanalytic Federation a Berlino dal titolo “La psicoanalisi nel 2025”. Gli sviluppi contemporanei della psicoanalisi configurano nuovi possibili paradigmi, alternativi a quelli freudiani. Questi nuovi concetti della psicoanalisi partono da molto lontano, almeno dagli studi sui gruppi di Bion e dal pensiero di Winnicott, per arrivare a convergere con una psicoanalisi che rimette al centro le emozioni e integra i risultati delle ricerche delle neuroscienze e della teoria dell’attaccamento.

 Tre considerazioni sono la premessa al suo discorso:

  • alla base di questi nuovi paradigmi è centrale il pensiero di Bion e gli sviluppi bioniani
  • il mondo psicoanalitico deve ritornare nelle Università (il convegno si è tenuto nell’Università Psicoanalitica di Berlino, unica al mondo e dove insegnano i migliori analisti a livello mondiale)
  • emerge la necessità di abbattere le gerontocrazie che bloccano i giovani brillanti (al convegno nessuno aveva meno di 65 anni)

Il cambiamento di paradigma richiede modelli che rimettano al centro le emozioni.

A partire dall’esplosione della galassia relazionale, da Kohut a Winnicot, Bion, e, io aggiungerei anche Mitchell, il lavoro terapeutico non è più orientato a scovare e scoprire “verità nascoste”, non è più il lavoro di un detective. L’attenzione terapeutica è diretta alla relazione e allo sviluppo di funzioni; è importante analizzare come la coppia terapeutica riesce a vivere e darsi la libertà di vivere le esperienze emotive e a trasformarle dandogli un significato.

Rimettere al centro le emozioni, gli affetti e la soggettività dell’analista definisce un PARADIGMA ESTETICO, che, nel lavoro analitico, prende forma non nel calare una teoria della mente sul caso del paziente, ma nell’individuare, lasciandosi anche sorprendere, il modo in cui il disagio psichico è vissuto dal paziente. La cura non è più solo una Talking cure ma anche una Touching cure, che dà importanza alla comunicazione intercorporea, di ciò che il corpo conosce in modo implicito o procedurale, e agli affetti.

L’elemento terapeutico chiave non è più la conoscenza del meccanismo intrapsichico dell’inconscio del paziente ma è l’essere in relazione con il terapeuta, che rappresenta una specie di “esperienza estetica”.

Come ha detto Civitarese, non si tratta più di fare psicoanalisi, ma di essere psicoanalisti. E io sottoscrivo in pieno!

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